" mutazioni  tra arte e bio-arte" - Sculture in ceramica Raku

È da tanto, almeno dal lontano 1980, quando nella Biblioteca di Urania uscì un’antologia di racconti fantascientifici di John Wyndham con questo titolo, che si parla di Mutanti e mutazioni. Due anni dopo fu la volta di BladeRunner, lo splendido film di Ridley Scott, dove l’androide RoyBatty, un replicante, poco prima di morire pronuncia il suo famoso monologo: « Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire ».

Ma, in realtà, di cose che sembrano inimmaginabili il mondo dell’arte è pieno, tanto che, per limitarci al tema delle mutazioni genetiche, qualche preannuncio si può già scorgere nel Frankenstein or the modernPrometheus di Mary Shelley (1918) o nello Strange Case of Dr Jekyll and MrHydedi E. R. L. Stevenson (1886). E nel 1891 il belga Jules Destrée, nel suo studio sulle litografie di OdilonRedon, avvertiva come questi avesse “introdotto nell’arte il mostro generato [...] dalle ricerche scientifiche nelle regioni terrificanti dell’infinitamente piccolo”, mostrandosi ossessionato “dalla fermentazione inspiegabile della vita” e dalle “formazioni di animalità in molli masse di protoplasma”.

Oggi che, con gli straordinari progressi della chimica e della biologia, le clonazioni e le manipolazioni genetiche degli organismi sono divenute prassi ordinarie, le preoccupazioni che già allarmavano i nostri avi sono esponenzialmente cresciute.

Anche perché gli scienziati sembrano talora degli apprendisti stregoni e non sempre sono in grado di prevedere e di gestire gli esiti dei loro esperimenti, quando, ad esempio, adattano le piante ai veleni chimici, come nel caso della Monsanto, uno dei colossi mondiali della chimica, che produce una soia a cui sono state aggiunte parti del genoma di un virus e di un batterio per renderla inattaccabile dall’erbicida tossico Roundup.

Sentiamo poi parlare, con allegra indifferenza, di modificazioni genetiche ottenute inserendo geni di pesci, rettili o scorpioni nei patrimoni genetici di altri animali e di vegetali. Di fronte a esperimenti del genere noi profani proviamo lo stesso raccapriccio che suscita la vista di impensabili mostruosità.

Per forza di cose, dunque, l’arte e gli artisti, che nel percepire i pericoli hanno in genere antenne più sensibili dell’uomo comune, sentono il bisogno di suonare un campanello d’allarme o, comunque, di dire la loro al riguardo. Così negli ultimi tempi abbiamo visto fiorire un’arte che si confronta e si misura, magari interrogandosi e a sua volta cimentandosi in audaci esperimenti, con le ultime frontiere della biologia. E dietro queste iniziative c’è quasi sempre un’evidente istanza etica. Si parla pertanto di “arte biotech”, di “bioarte” oppure di “transgenic art”. Edoardo Kac, l’artista brasiliano che della “transgenic art” è stato l’iniziatore, è giunto a creare degli animali fluorescenti, rifacendosi alla concezione rinascimentale dell’artista come emulo o simia Dei.

Lo stesso Tarkovskij aveva detto che “l’artista esiste perché il mondo non è perfetto”, prospettando inopinatamente l’esigenza di un “ottavo giorno” destinato alla creazione di organismi transgenici e di ibridi biomeccanici. Una sfida per certi versi faustiana. Per questo Omar Ronda, con le sue fusioni genetiche, ironizza sui gesti folli degli scienziati, destando nell’osservatore una salutare inquietudine.

Altri artisti - come Joe Davis, George Gessert, Marta de Menezes e il gruppo SimbioticA -, particolarmente sensibili alle trasformazioni culturali in atto, si servono delle biotecnologie al fine di orientare il dibattito su talune questioni cruciali della contemporaneità. Jens Hauser ha recentemente affermato che “lo scopo dell’arte [biotech] è quello di sollevare il velo su quanto accade all’interno dei laboratori di genetica per interrogarsi sulle tecnologie e imparare a utilizzarle”. Ed è diventata celebre ormai la sua icastica formula, per cui “il Dna è diventato medium artistico”.

Ora, senza giungere a questi estremi, per certi versi non meno inquietanti dei fenomeni che intendono denunciare, anche Renza LauraSciutto ha avvertito il bisogno di esprimere e nello stesso tempo esorcizzare le apprensioni e - diciamo pure - le paure suscitate in lei sia dalle consapevoli manipolazioni genetiche sia dalle inconsapevoli conseguenze dell’inquinamento ambientale. Ella tuttavia non ricorre a tecniche provocatorie e nemmeno accetta di sostituire “la realtà della rappresentazione” con la “presentazione della realtà”, in modo da “ridurre al minimo - come auspicato da DmitryBulatov – il confine tra naturale e artificiale”. Renza si guarda bene dal cadere (o dallo scadere) nel kitsch, sia pure il genomickitsch di quanti utilizzano materiale organico od aggregazioni di cellule create in laboratorio. Credo anzi che la cosiddetta wet art le faccia un po’ senso.

Per questo ella rimane fedele alla tecnica raku, che negli anni ha dimostrato di sapere padroneggiare sempre meglio. Questo tipo di scultura, peraltro integrato o contaminato con elementi o accessori allotrii (occhielli, becchi, peduncoli, molle, ma anche basi o piedistalli di ferro necessari per le installazioni), le consente di domare e dominare le proprie angosce, imprimendo ad esse un puntuale e rigoroso sigillo formale.

Non è solo una questione di etica, che, quando si tratta di arte, riesce sempre un po’ sospetta, specialmente se si impone come motivazione primaria; è soprattutto una questione di estetica: il gusto e il piacere del manufatto realizzato con cura, assecondando i canoni della bellezza. Dove naturalmente per bellezza non si intende la classica perfezione del finito, quella cui, a un’interpretazione superficiale, parrebbe proprio alludere la succitata frase di Tarkovskij. II quale - secondo noi - non pensava affatto che questo mondo andasse sostituito con un altro artificiale, ma nell’imperfezione da lui denunciata leggeva, se mai, il segno di un mistero, il motivo di un’ispirazione. Renza Laura prende qui spunto dalla natura e, con rigore d’artista, in una lucida visionarietà, ci propone delle mutazioni genetiche, senza però ricorrere all’organico, senza intervenire sul vegetale.

Il medium da lei privilegiato resta l’argilla, con la sua plasticità e con gli effetti cromatici che il fuoco di cottura e gli smalti ad arte distribuiti riescono a ottenerne. Si tratta dunque di una natura fossilizzata, fatta apposta per lusingare il tatto e per ammaliare lo sguardo con le sue innumeri screziature. Ma - si direbbe - anche per infrenare o neutralizzare quanto d’inquieto e d’inquietante sembra in sé racchiudere o evocare. Quasi che l’arte avesse in sé una funzione di antidoto o di scongiuro. Falangi di canne, alghe verdi o dorate ora suggeriscono slanci verticali e simmetrie stellari, ora disegnano geometrie e mosaici, mentre frutti e fiori sontuosi, bacche e funghi di conturbante aspetto, invitano e respingono a un tempo a mo’ di perversetentazioni. Ci sembra di entrare in un giardino dove piante carnivore e frutti avvelenati si celano dietro l’angolo: un giardino nondimeno seducente come quelli di Alcina e di Armida. C’è anche un bellissimo pesce crestato. Ci sono pollini sospesi, ingigantiti da una lente invisibile, e vermi e virus, accanto ad anfore, vorticelle e urceoli, in una indistinzione che affascina e inquieta, perché ci viene incontro una vita pietrificata, il mondo di oggi visto e contemplato, anche nel suo prossimo futuro, come da una lontananza quasi siderale. Tutto il cangiante fuoco del vivere, coi suoi balsami e i suoi veleni, candito - vuoi per presagio, vuoi per ammonimento - in un gioco di raggelato sfarzo. Una sorta di sfizioso e ironico memento homo.

Carlo Prosperi - 2016